The Last of Us Remastered Recensione: La sopravvivenza fa più paura della morte

Dopo aver sfornato l’ennesimo capolavoro videoludico nel 2013, la software house statunitense Naughty Dog decise di rimasterizzarlo per renderlo fruibile ai possessori dell’allora next gen. Stiamo parlando di The Last of Us – Remastered, uscito nel 2014 su PS4. Si tratta di una versione aggiornata del gioco che si è accaparrato il titolo di GOTY per oltre 200 volte, nonché vincitore di quattro premi ai BAFTA Awards e molti altri ancora.

The Last of Us è un action survival-horror che ha portato grande fiducia verso la rifioritura del genere, presentando una trama intrigante ed eccezionale, sebbene basata su un tema ormai per molti superato: un mondo apocalittico dominato da una pandemia che trasforma gli umani in creature mostruose, simili a zombie. Giocarlo nel 2021 è stato quasi traumatico: dopo un anno e mezzo di VERA epidemia globale, non sembra poi del tutto assurda la reinterpretazione delle reazioni degli umani sopravvissuti dei Naughty Dog. Notiamo come ormai l’uso delle armi sia all’ordine del giorno (un problema che negli USA all’inizio dell’epidemia da Covid-19 si è dovuto fronteggiare). Normalmente non avrei dato così spazio a questo paragone nella mia testa ma l’estremo realismo e la convinzione con cui il tutto è stato presentato si sono fatti spazio dentro di me, tanto da suscitare parecchie riflessioni sul mondo nel quale viviamo (o sopravviviamo?).

Il titolo si apre ad Austin (Texas) con un prologo che gira intorno a Joel e alla tredicenne Sarah, sua figlia. I due stanno vivendo la trasformazione che sta subendo il mondo a causa di un virus chiamato Cordyceps, un fungo che intacca il cervello e che trasforma, come già accennato, le persone in creature estremamente aggressive: il contagio avviene tramite il contatto tra secrezioni corporee, come ad esempio un morso. Joel e Sarah sono costretti a scappare insieme al fratello di lui, Tommy, quando scoprono che l’infezione è arrivata anche nella loro città. A fuga quasi compiuta, un membro del corpo militare spara verso Joel e Sarah e quest’ultima muore tra le braccia del padre. La storia, successivamente, ci catapulta in una zona di quarantena a Boston, vent’anni più tardi: Joel, che fa ancora i conti con il trauma di aver perso la figlia, deve sopravvivere ad un mondo drasticamente cambiato e si appoggia a Tess, sua “partner in crime”, con cui traffica armi, droghe e così via. Quando i due scoprono di aver perso la loro preziosa scorta di armi, vengono a sapere che sono state vendute ad un gruppo militare detto Luci, il quale si prefigge l’onere di salvare il mondo dall’epidemia, costi quel che costi. Arrivati da Marlene, membro delle Luci, a Joel e Tess viene affidato un incarico che li frutterà il doppio delle armi rubate. Tutto quello che debbono fare è scortare una ragazzina quattordicenne, Ellie, al quartier generale delle Luci. Ma per quale motivo dev’essere accompagnata? Perché la ragazzina si scopre essere immune dal virus, in quanto non mostra sintomi dopo essere stata morsa settimane prima: Ellie sarà la chiave per riuscire a scovare un vaccino che possa salvare il pianeta.

Joel & Sarah – Tutti hanno pianto nel prologo (e chi dice il contrario mente)

Inizia così un’odissea pregna di coinvolgimento, colpi di scena e momenti ad alta tensione. Un viaggio memorabile, violento e toccante, che vedrà una ragazza di quattordici anni vedersela faccia a faccia con le sue paure più profonde che, a mano a mano si affievoliranno sempre più fino a scomparire e a far resistere un’unica paura che sovrasta sulle altre, ovvero la solitudine. Un tema affrontato più volte, infatti, è quello del rimanere soli: in una realtà in cui la popolazione è stata decimata da un virus, nulla sembra più oscuro dell’abbandono da parte di coloro che ami. Questa paura, infatti, verrà esplorata a fondo dalla narrazione, che punta ad evidenziare il legame sempre più crescente tra Ellie e Joel, il quale inizierà ad affezionarsi a lei come se fosse Sarah, sua figlia. Altro tratto caratteristico che verrà analizzato durante lo svolgimento del plot è la relazione di Ellie con l’uccidere. Sebbene all’inizio sarà difficile per lei fare i conti con la morte, ben presto si troverà in condizioni estreme in cui dovrà uccidere o verrà uccisa a sua volta.

La vita di una quattordicenne, portata a dover uccidere per non essere uccisa

I due protagonisti si troveranno davanti a una miriade di sfide e perderanno vari compagni di avventura: chi li abbandonerà e chi perirà al virus. The Last of Us esplorerà nel modo più esemplare possibile la psiche dei vari protagonisti, sia primari che comprimari, in un modo sempre convincente, mai frettoloso o noioso: c’è chi affronterà la situazione con coraggio eroico e chi in un modo leggermente ossessivo e maniacale. La varietà nel character design non mancherà, anzi, sarà molto evidente.

Il finale offre un plot twist che lascerà il giocatore di sasso e, sebbene si possa tentare in tutti i modi di prevedere come la storia possa volgere al termine, non ci si può arrivare, o magari sì, ma rimarrà di stucco innanzi alla presentazione per nulla scontata dello stesso. Ad arricchire l’esperienza foto realistica, già di per sé più che valida, saranno godibili varie cut scene di intermezzo ad elevatissima qualità cinematica e molta suspence senza mai sfociare nello stucchevole. Difficilmente si rimarrà annoiati davanti a questo titolo AAA e non sarà facile non affezionarsi a Joel ed Ellie durante tutte le quindici ore di gioco.

Ad accrescere consapevolezza nei confronti della storia di Ellie ci pensa il DLC: The Last of Us – Left Behind, una componente aggiuntiva integrata nella storia madre con l’uscita della versione remastered del titolo dei Naughty Dog. Con Left Behind, si esploreranno due situazioni che hanno coinvolto Ellie: la prima riguarda il suo passato e come ha dovuto gestire la dipartita della sua migliore amica Riley; il secondo momento verte sul recupero, da parte di Ellie, di un kit di pronto soccorso necessario a curare Joel, rimasto ferito in seguito ad uno scontro con un bandito. Il contenuto extra, più che sul gameplay, pone l’accento sullo sviluppo evolutivo del personaggio di Ellie e ha una durata complessiva di tre ore circa.

A fare da cornice ad una storia così pazzesca non poteva che esserci una scenografia al suo pari: le ambientazioni sono dettagliate (i tramonti pittoreschi, le strade innevate e i boschi rigogliosi riescono nel loro intento di “distrarre” il giocatore dal clima cupo del titolo) e gli interni dei molteplici edifici sono molto curati. Le varie costruzioni così come sono state ideate risultano perfettamente coerenti con il contesto apocalittico che andiamo a vivere, risultando fatiscenti, prive di colorazioni accese, abbandonate, dotate di muri marci e intere zone che ospitano gli infetti (si nota la loro presenza in una specifica area dalle spore che risiedono nell’aria). Il comparto sonoro non è da meno: le soundtrack sono accattivanti e gli effetti audio sono adeguati. La colonna sonora è splendida e non viene presentata così spesso da risultare ripetitiva.

Graziosi esemplari di infetti

Gli infetti che andremo ad affrontare durante il viaggio di Joel ed Ellie si dividono sostanzialmente in tre categorie (che sono in realtà poche rispetto alle aspettative che mi ero creato):

  • Runner: creature molto veloci che attaccheranno perlopiù in branco;
  • Clicker: infetti dotati di un udito sopraffino ma sprovvisti di vista, in quanto il fungo è cresciuto su tutto il capo, coprendone gli occhi. Sono decisamente ostici da abbattere, infatti non sarà possibile farlo a mani nude;
  • Bloater: sono gli infetti che hanno ospitato il Cordyceps più a lungo rispetto a tutte le altre tipologie. Sono particolarmente lenti e dei veri e propri muri da abbattere. L’uso del fuoco è particolarmente efficace.

Altri nemici sono rappresentati da vari banditi e squadre di militari che troveremo lungo il cammino.

In The Last of Us, quasi nella sua totalità, ci ritroveremo a controllare Joel e il gameplay, che non è il comparto su cui ha puntato maggiormente Naughty Dog (sebbene sia ben studiato e curato), è molto crudo, violento e cattivo, raggiungendo l’obiettivo di ricalcare l’ambiente spietato in cui i protagonisti si trovano a dover sopravvivere. Le fasi di shooting sono impegnative e ansiogene, in quanto sarà fondamentale fare un uso misurato delle varie risorse a nostra disposizione: spesso e volentieri ci si ritroverà ad essere obbligati a fare crafting nel mezzo dello scontro tramite l’apposito menù (accessibile con il tasto select). Le risorse per craftare sono da ricercare nelle fasi più improntate all’esplorazione, che vogliono spezzare il ritmo frenetico dei combattimenti. I vari materiali saranno facilmente reperibili in modalità facile e normale (a modalità difficile e sopravvissuto la situazione si rivelerà più ardua). Le armi a lungo raggio sono numerose ed estremamente variegate: dal fucile a pompa alla pistola shorty e, ancora, dal lanciafiamme all’arco.

Un modo decisamente più rischioso per affrontare gli scontri è quello di attaccare con le armi contundenti o ferrate che, però, si consumano per ogni colpo ben assestato fino a rompersi, facendo risultare spesso fatale la decisione di buttarsi a capofitto nella mischia. Altrimenti, è possibile superare una sezione piena di nemici in modalità stealth, che è piuttosto pulita nei riguardi del protagonista, il quale potrà aggirare i nemici anche più ostili nel silenzio più totale. Sarà facile non essere avvistati, anche perché Joel si aggancerà automaticamente ai ripari una volta accovacciato; oltremodo sarà possibile sfruttare le bombe fumogene per sfuggire momentaneamente alle orde di infetti, o ancora confonderli lanciando una tegola o una bottiglia di vetro mirando la loro testa. Unica pecca dello stealth riguarda la cura dedicata unicamente a Joel: i suoi alleati agiranno in maniera tutt’altro che silenziosa, fortunatamente senza attirare i numerosi infetti e militari che ci stanno dando la caccia. Questo difetto fa emergere un’”intelligenza” artificiale sicuramente da rivedere.

Ad alleggerire la tensione, inoltre, sono presenti varie sezioni puzzle che, purtroppo, non esprimono un grado di difficoltà particolarmente elevato, tutt’altro.

L’alto numero di collezionabili, inoltre, rende interessante la trama (che viene ulteriormente approfondita) e ancor più impegnativo portarsi a casa i trofei di PlayStation. Sarà cruciale stare bene attenti a dove faremo mettere i piedi a Joel, in modo da non lasciarci sfuggire delle piastrine delle Luci, dei fumetti di Ellie, dei documenti militari, delle note audio o delle risonanze magnetiche al cervello degli infetti.

Ho riscontrato alcune problematiche nel sistema di dialoghi che spesso vanno ad interrompersi dopo un leggero spostamento di Joel dal suo interlocutore (comunque nulla di frustrante). I dialoghi, ad ogni modo, sono ricchi, stupefacenti, divertenti, ironici, alle volte sadici ed estremamente accattivanti, tanto che ne avrei voluti molti di più, sebbene la quantità di quelli presenti sia ottimale. Il doppiaggio in italiano è perfetto: l’interpretazione è di alto livello e la scelta delle voci mi sembra più che calzante per quanto riguarda i personaggi. Tuttavia, ho incontrato piccole imperfezioni e incongruità tra dialoghi e sottotitoli.

Tutte le componenti sopra analizzate sono presenti sin dal lancio di The Last of Us su PlayStation 3 nel 2013 e, con la versione remastered, ci sono state varie aggiunte che hanno reso l’esperienza decisamente più godibile:

  • È stata effettuata una ridefinizione delle texture, ora in HD;
  • Migliorie apportate agli effetti di luce e ombra;
  • La risoluzione è pari a 1080 p e il gioco gira a 60 fps;
  • Viene integrato nella trama principale il DLC: The Last of Us – Left Behind;
  • Sono state aggiunte otto mappe per la modalità multiplayer;
  • Si denota maggior dettaglio nel character design dei protagonisti;
  • Implementata una modalità realismo che elimina l’interfaccia grafica e la modalità ascolto, la quale permette di vedere i nemici aldilà delle pareti e muri, in modo da studiare una vincente strategia di attacco.

Sicuramente, per quanto mi riguarda, mi vorrei mangiare le mani per non essermi buttato prima su questo titolo magistralmente realizzato e, personalmente, non vedo l’ora di recuperare The Last of Us – Parte II, il quale è uscito a giugno 2020. Non è una sorpresa che lo scorso anno, il gioco sia stato decretato dai BAFTA Game Awards come il miglior gioco uscito negli ultimi dodici anni: la trama profonda e mai prevedibile, la cura del gameplay e lo spietato realismo del mondo apocalittico rendono il titolo uno dei più apprezzati dal sottoscritto e dalla critica in generale. Tutto ciò frutta a The Last of Us – Remastered un voto pari a 9.5.

Horizon Zero Dawn Recensione: Un viaggio alla ricerca della verità

In evidenza

La fatica più importante di Guerrilla Games, Horizon Zero Dawn uscì a marzo 2017 per PlayStation 4 e fin dal lancio del primissimo trailer nell’ormai lontano 2015, fu chiaro che esso sarebbe divenuto una nuova IP dotata di forte potenza e identità, complici la sua trama, il vasto mondo di gioco e la cura dedicata al gameplay.

In onore di Horizon II – Forbidden West, prossimo all’uscita (2021), sembra più che giusto soffermarsi su questo primo capitolo, la cui narrazione profonda ne costituisce l’elemento cardine e segue le fila del classico tema del mondo futuristico che si ritrova a doversi risollevare in seguito ad un evento apocalittico. Nell’avventura vestiremo i panni di Aloy, un’emarginata, assalita continuamente da dubbi riguardanti le sue origini e del motivo per cui è stata estromessa dalla società tribale dei Nora. Lo spessore narrativo di Horizon Zero Dawn è palpabile, in quanto fin dai primi momenti di gameplay il giocatore, empatizzando con Aloy, viene investito di curiosità. A condire il prologo, entra subito in gioco l’elemento futuristico. In un momento ad alto carico emotivo, la ragazza precipita in una caverna che scopriamo essere uno dei pochi resti pervenuti dei “Predecessori”, cioè la civiltà vissuta prima dell’evento catastrofico. Aloy viene così a contatto con un dispositivo molto particolare: il Focus, il quale consentirà al giocatore di studiare gli avversari e i loro movimenti durante una battuta di caccia o un’irruzione presso un accampamento di banditi.

Il viaggio principale di Aloy durerà una ventina di ore e porrà fine ai suoi dubbi e le farà scoprire finalmente le sue radici famigliari, nonché i motivi per cui la civiltà dei Predecessori sia eclissata un millennio prima. La narrazione è coinvolgente grazie alla storia magistralmente trattata e alla narrazione scorrevole, eccezion fatta per le battute finali, improntate ad un’accelerazione di trama che risulta distante dai primi tre quarti di plot.

Dopo quattro anni dall’uscita di HZD, si può affermare che Aloy è diventata un’icona di PlayStation, sia per quanto riguarda lo stile con cui è stata ideata, sia per quanto concerne il suo essere provocatoria, curiosa, alle volte egoista ma anche una donna più avveduta di coloro che vivono nella sua stessa epoca.

Altre protagoniste di Horizon sono senza dubbio le macchine, creature dotate di un concept design simile a quello degli animali: attaccano in modo credibile (a differenza dei nemici umani, dotati di una IA debole) seguendo il loro “istinto selvaggio” che, paradossalmente va a contrastare con la loro natura robotica. Esse potranno essere distrutte grazie all’ampio ventaglio di armi elementali a nostra disposizione, che dovranno essere scelte con cura per poter sfruttare a pieno le debolezze di ciascuna macchina. Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente ludici, si può constatare che Horizon è a tutti gli effetti un ottimo action RPG: il combat system basato sulle lunghe distanze costituisce la qualità che meglio eccelle in termini di gameplay. La nota di demerito è dedicata al combattimento in mischia: marginale, frustrante e totalmente impreciso, tanto da dar vita, in più di qualche occasione, a compenetrazioni fisiche della protagonista in elementi grafici. Altri difetti riscontrati sono inerenti a delle imperfezioni di Lip Sync e carenza nell’espressività nei volti.

Emerge un enorme sforzo, infine, da parte di Guerrilla di fornire ai giocatori un’esperienza mozzafiato: l’imponente open world abbonda di ambienti diversificati, quest secondarie e di collezionabili da scovare che aiutano ad assorbire sempre più informazioni inerenti ai Predecessori. Nonostante il dinamismo della mappa, non si rileva un calo di frame (ancorato ai 30 fps).

In definitiva, Horizon Zero Dawn è convincente se non per qualche sbavatura e degno di essere considerato il primo capitolo di una “nuova” IP destinata a diventare un cult del medium videoludico. Il voto, per tutte le ragioni sopra analizzate, non può che essere un 9.